IL REFERENDUM: Abbiamo lasciato l’Italia nella prima parte di questa storia (articolo del 5 settembre 2009) nelle sue vesti nuove, fresche, di giovane repubblica. Il referendum, tenuto per finalmente a suffragio universale maschile e femminile, aveva conferito uno scarto di 2 milioni di voti alla nuova forma istituzionale. Si tratta di un margine piuttosto importante, ma che nasconde un dato importante sulla provenienza delle votazioni: il divario fra nord e sud continuava a manifestarsi, essendo stato il Mezzogiono il principale serbatoio di voti monarchici.
LA SCISSIONE DEL PARTITO SOCIALISTA E L’ESCLUSIONE DELLE SINISTRE: Eletto Enrico de Nicola capo di stato provvisorio ed allontanata ormai la monarchia, il governo di coalizione Democristiano e social-comunista si trovava dinnanzi un’altra situazione spinosa: la stipula del trattato di Pace. C’è da dire che la posizione italiana era quantomai complessa: nonostante la firma dell’armistizio con le forze alleate del ’43 (3 Settembre, Cassibile) e l’importante contributo della lotta partigiana, l’Italia risultava a tutti gli effetti un paese sconfitto. Il trattato di Parigi del 10 febbraio 1947 ci trattò, quindi, esattamente da tali: le colonie furono cedute, ma sopratutto parte dell’Istria e di Trieste passarono sotto l’amministrazione della di Tito, il generale Jugoslavo colpevole dell’atroce serie di crimini nei confronti della popolazione italiana, deportata ed infoibata fra l’Aprile ed il Giugno del 1945. Le ripercussioni di queste condizioni non tardarono ad arrivare nella politica Italiana. Durante il congresso socialista di Roma del 9 gennaio 1947, avvenne la storica “scissione di palazzo Barberini” dell’ala anti-comunista del partito. Guidati da Giuseppe Saragat, i dissidenti che accettavano la democrazia parlamentare, si staccarono dalla componente massimalista dando vita al Partito socialista democratico italiano. La situazione politica stava mutando rapidamente: la scissione indeboliva il movimento socialista, a tutto vantaggio dei democristiani, ed i comunisti di Togliatti intuivano il rafforzamento di De Gasperi. Fu proprio per cercare di ritardare l’esclusione dal governo che Togliatti, in occasione dell’approvazione dei patti lateranensi nell’articolo 7 della nuova costituzione, diede il suo voto favorevole. Il gesto, in ogni caso, servì a poco: forte degli aiuti economici del piano Marshall, De Gasperi pose fine al governo tripartitico dando vita ad un nuovo esecutivo con l’esclusione delle sinistre e caratterizzato da una severa vigilanza poliziesca in funzione anticomunista, diretta dal ministro degli Interni Mario Scelba.
LA COSTITUZIONE ITALIANA Fu durante questo governo che, il 22 Dicembre 1947, l’Assemblea Costituente terminò i lavori della nuova Costituzione. Per la calibrata presenza al suo interno di ideali liberali, socialisti ed antifascisti, la Costituzione italiana, tuttora in vigore, è considerabile un documento di grandissimo valore ideologico su cui merita soffermarsi. Dei 139 articoli della costituzione italiana (di cui 5 sono stati successivamente abrogati) 12 ne rappresentano i principi fondamentali, 42 trattano dei diritti e dei doveri dei cittadini, 85 dell’ordinamento della Repubblica. Spiccatamente antifascista, per evitare future degenerazioni autoritarie la costituzione italiana definita rigida, ovvero dai contenuti non integrabili, modificabile o abrogabili. Riportare alcuni passi degli articoli fondamentali è importante per capire la natura della costituzione:
- Art. 1 “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”
- Art. 2 “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo”
- Art. 3 “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge… È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana…”
- Art. 4 “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.”
- Art.7 Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi.
- Art. 8 Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.
- Art. 11 L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali
I principi elencati chiariscono bene la natura compromissoria, ma non per questo meno valida, della costituzione. Così come la presenza democristiana è ben tangibile nell’articolo 7, altrettanto lo è quella social-comunista nel primo e nel terzo articolo: la Repubblica è fondata sul lavoro e, in quanto tale, ha il dovere di permetterene l’accesso ai suoi cittadini. I principi liberali sono garantiti dall’articolo secondo e, allo stesso modo, i principi egualitati sono sostenuti a piu battute. E’ da notare in particolare la presenza comunista nell’articolo 3: lo Stato non solo riconosce l’uguaglianza giuridica dei cittadini dinnanzi alla legge ma deve contribuire all’effettivo abbattimento delle diseguaglianza economiche e sociali. Da questo punto di vista, la costituzione sembrerebbe accettare in sordina la prospettiva di una progressiva evoluzione in direzione democratico/egualitario, il chè era esattamente l’intento della componente comunista dell’assemblea. Oltre ai principi fondamentali, la Costituzione, in generale, stabilisce la formazione di una democrazia parlamentale dove il Governo è tenuto a ricevere la fiducia del parlamento, e non soltanto la nomina da parte del capo di stato, per esercitare il potere esecutivo. E’ da ricordare, inoltre, che la costituzione prevedeva l’istituzione delle regioni, la cui formazione fu tuttavia rimandata fino al 1970.
LA VITTORIA DC NELLE ELEZIONI DEL ’48: Mi si scusi per la lunga parentesi sulla costituzione, ma non sarebbe stato coerente proseguire questo breve racconto del “romanzo” italiano senza parlarne. Stabilita da forma istituzionale e la nuova costituzione, il 18 Aprile 1948 si tenne l’elezione del primo Parlamento Repubblicano. Il frutto di una campagna elettorale della DC incentrata sul terrore rosso, il recente colpo di stato in Cecoslovacchia, l’effetto della scissione di palazzo Barberini, l’appoggio del blocco occidentale e l’acceso supporto di Pio XII e Azione Cattolica fu evidente: i democristiani ottennero una vittoria schiacciante, che rasentava la maggioranza assoluta con il suo 48,5%. Se l’esclusione della sinistra fu confermata, d’altro canto De Gasperi decise saggiamente di rendere partecipi al governo i componenti del partito liberale, repubblicano e socialista di Saragat: il quadripartito emarginava l’estremismo conservatore e quello comunista, sancendo l’inizio del centrismo. La soluzione moderata subì tuttavia una violenta scossa da un atto estremista di violenza: l’attentato a Togliatti del 1948 da parte di uno studente di destra sembrò far precipitare il paese nella guerra civile. Solo l’intervento di Togliatti stesso, fortunatamente, riuscì a placare lo sciopero generale della CGIL e l’immediata mobilitazione popolare. Paradossalmente, la forza e la compattezza del movimento sindacale uscirono danneggiate dalla protesta: la CGIL unitaria, nata nel 1944 col patto di Roma fra sindacati socialisti, cattolici e socialisti, si scisse per le tensioni del paese in Uil, Cgil e Cisl.
LINEA EINAUDI E PATTO ATLANTICO Erano già passati 3 anni d
alla conclusione del conflitto ma le condizioni economiche del paese continuavano ad essere drammatiche. Agli effetti sull’occupazione del crollo della produzione post-guerra italiana (-70% rispetto al 1939) si aggiunsero quelli della circolazione monetaria, aumentata a dismisura per sostenere lo sforzo bellico. In questa situazione fra l’alternativa liberista e quella di diretto intervento diretto dello Stato nell’economia, il ministro (nonchè futuro presidente della repubblica) Einaudi optò per la prima. Comprendiamo il motivo della scelta, definita “linea Einaudi” se pensiamo alle pressioni statunitensi in questa direzione ed il fatto che. Ad influenzare la scelta fu tuttavia anche un interpretazione piu sottile: 18 anni di dirigismo fascista avevano stampato ormai nella mente della popolazione, ed anche dei politici, il binomio Fascismo-Intervento statale. La svolta liberista sembrò quindi un modo per lasciarsi completamente alle spalle il passato regime, anche dal punto di vista economico. La linea Einaudi cercò di attuare un duplice obiettivo: svalutare la lira sul mercato internazionale per rilanciare le esportazioni, e farla rivalutare, con una politica deflazionistica, all’interno del paese. La manovrà ebbe successo per il rilancio della produzione, ma alimentò la disoccupazione e ridusse ulteriormente i salari operai. Persa la compattezza sia del partito socialista che dei sindacati, le forze lavorative non riuscirono in alcun modo ad opporsi alla linea democristiana. Più vive proteste si ebbero per l’ancora irrisolta questione agraria: nel secondo dopoguerra si verificarono numerose occupazioni di terre da parte di contadini che chiedevano l’applicazione delle riforme Gullo. Il governò nel 1950 tentò di rispondere con due interventi. La cosidetta “legge stralcio” permise una parziale ridistribuzione del latifondo, avviando il declino della proprietà terriera assenteista e fu istituita la Cassa del Mezzogiorno. La tradizione clientelare del Sud Italia, non di rado intrecciata con la malavita, ereditata dalla politica Giolittiana (e ancor prima Borbonica) ebbe tuttavia l’effetto di disperdere le risorse concesse, limitando la portata di questi interventi. Anche in questo caso l’opposizione delle sinistre, e questa volta anche dei liberali che uscirono dal governo, non riuscì ad ostacolare la linea democristiana.
La debolezza dell’opposizione era evidente di fronte ad una maggioranza così schiacciante, rendendo impossibile osteggiare l’adesione del paese nel 1949 al Patto Atlantico (NATO): l’Italia aveva scelto il suo ruolo nella guerra fredda ed i democristiani erano saldamente al potere. Continuava lo squilibrio della politica italiana, caratterizzato dalla totale assenza di alternanza partitica.
To be continued…
Niccolò Ferragamo (Ferro, Iron per gli amici)
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